Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea

La persecuzione degli omosessuali
durante il nazifascismo

a cura del CIRCOLO PINK - Centro di Iniziativa e Cultura Gay e Lesbica Verona
Il convegno è alla base della pubblicazione:

Le ragioni di un silenzio : la persecuzione degli
      omosessuali durante il nazismo e il fascismo / a cura del
      Circolo Pink. - Verona : Ombre corte, 2002. - 156 p. ; 22 cm. -
      (Culture  ; 7). - ISBN: 88-87009-29-5

 

Omosessuali

Con l’intento di purificare la società tedesca e propagare l’ideale di razza Ariana, i nazisti condannarono gli omosessuali come "socialmente aberranti".

Subito dopo essere stato eletto, il 30 gennaio 1933, Hitler mise fuori legge tutte le associazioni gay e lesbiche. Le truppe di Camicie Brune (SS), razziarono i luoghi di incontro e di socializzazione degli omosessuali.

Stroncata e ridotta alla clandestinità, questa cultura era fiorita nella relativa libertà degli anni ‘20, nei pub e nei Café di Berlino, Amburgo, Monaco, Brema ed altre città tedesche.

Le radici dell’odio

da "Homosexuals. Victims of the nazi era 1933-1945"
di AAVV
edizioni United States Holocaust Memorial Museum, 1994

Il Paragrafo 175

Le origini del Paragrafo 175 del Codice Criminale del Reich sono da ricercare nella "Costitutio Criminali Carolina" promulgata dall’imperatore Carlo V nel 1532 la quale, all’articolo 116, recitava: "Quelle persone coinvolte in condotta lasciva, sia uomo con uomo, che donna con donna, o essere umano con animale, perderanno la loro vita bruciando sul rogo". Tale principio fu ripreso dalla Prussia nella sezione nº 143 del Nuovo Codice del 1847 "perché tale comportamento dimostra una speciale degenerazione della persona ed é così pericoloso per la moralità". Nel 1871, dopo la proclamazione, da parte di Otto von Bismarck, del Secondo Reich, viene promulgata con il numero 175, ed estesa a tutto l’Impero Tedesco, una nuova normativa anti-omosessuale sulla base della vecchia sezione 143 prussiana (che quindi precedentemente riguardava solamente la Germania del Nord). In realtà l’applicazione del Paragrafo 175 é assai modesta e ripetutamente ne viene richiesta da più parti l’abrogazione, al punto che nel 1929 la Commissione Penale del Reichstag esprime parere favorevole alla soppressione della normativa anti-omosessuale, che prevede ormai il solo reato di sodomia. Nella primavera del 1935 la medesima Commissione esprime parere contrario alla richiesta fatta dal governo nazista, salito al potere nel 1933, di inasprimento del Paragrafo 175. Ciononostante, il 28 giugno 1935 Hitler promulga il Paragrafo 175a (detto anche "175 modificato") in base al quale tutto diviene perseguibile, persino l’espressione di un desiderio o di uno stato d’animo. Viene così attuata la cosiddetta repressione "delle fantasie sessuali" in base alla quale qualunque accenno verbale, o scritto, o disegno, che evochi un legame o un rapporto omosessuale, comporta l’internamento in un Lager. Quello che segue é il testo del Paragrafo 175 modificato.

§175. Un uomo che commette atti licenziosi e lascivi con un altro uomo o permette l’abuso su di sé di atti licenziosi e lascivi, deve essere punito con l’imprigionamento. Se uno dei due coinvolti ha meno di 21 anni, al momento del compimento dell’atto la Corte può, specialmente in casi particolari, inasprire la punizione.

175a. E’ obbligatorio l’imprigionamento in un penitenziario per un periodo di tempo non superiore ai dieci anni, ed in presenza di circostanze attuenuanti, per non meno di tre mesi a:

1. l’uomo che, con l’uso della forza o della minaccia della vita, obbliga un altro uomo a commettere atti licenziosi e lascivi con lui o obbliga la controparte a sottomettersi ad abuso con atti licenziosi o lascivi.

2. l’uomo che, sfruttando la propria posizione di superiorità in una relazione, per motivi di servizio, impiego o grado, induce un altro uomo a commettere atti licenziosi e lascivi con lui o a sottomettersi ad abuso mediante tali atti.

3. l’uomo che, avendo più di 21 anni induce un uomo che ha meno di 21 anni a commettere atti licenziosi e lascivi con lui o a sottomettersi ad abuso mediante tali atti.

4. l’uomo che, organizza in modo professionale atti licenziosi e lascivi con altri uomini, o a sottometterli ad abuso mediante tali atti, o offre sé stesso per atti licenziosi o lascivi con altri uomini.

175b. Gli atti licenziosi e lascivi contrari alla natura, fra esseri umani ed animali, devono essere puniti con l’imprigionamento; può rendersi necessaria la perdita dei diritti civili.
 
 

La ridicolizzazione di Rhöm e l’inizio dello sterminio degli omosessuali

Nel 1929 i Socialdemocratici votarono per abrogare il § 175, ma tre anni più tardi, pensando di danneggiare i nazisti, ridicolizzarono l’omosessualità del Comandante della SA (Sturm Abteilungen, Reparti d’Assalto), Ernst Rhöm.

Nel giugno 1934, con l’imboscata che prenderá il nome "Nacht und Nebel Aktion" (Azione Notte e Nebbia) nella pensione Hanselbauer presso il Teglersee, in Baviera, viene arrestato Ernst Rhöm ed in un bagno di sangue vengono eliminati i vertici delle SA. Lui verrà ucciso alcuni giorni più tardi a Monaco di Baviera.

Il primo luglio 1934, sul "Berlin Morgen Post", Hitler scrive: "Io ordino che tutti i graduati delle SA mantengano una condotta decorosa, e che tutte le violazioni del § 175 esitino nelle immediate dimissioni dalle SA e dal Partito Nazista. Io voglio uomini a capo delle SA, e non ridicole scimmie!".

L ’uccisione di Rhöm segnó l’inizio della persecuzione degli omosessuali durante il Terzo Reich.
 
 

L’omosessualitá nel pensiero nazista

I due scopi primari dell’ideologia nazista, mantenere la purezza della razza ed una crescita della popolazione che assicurasse l’espansione del popolo germanico, non potevano essere raggiunti con la presenza di omosessuali maschi e femmine. Un’altra cosa degli omosessuali che disturbava politicamente i nazisti, era la peculiare cultura che gli omosessuali tendevano a creare; un mondo a parte fatto di particolari adattamenti che li separava dagli altri. L’unità all’interno del popolo non era possibile con gli omosessuali, perciò le loro peculiarità andavano distrutte, cosicché la conformità del popolo potesse essere realizzata, a partire dalle origini. Non bisogna dimenticare poi che il Paragrafo 175 era stato "ereditato" dalla precedente legislazione, e che la Polizia ordinaria e la Polizia segreta di stato (Gestapo) lo applicavano semplicemente in virtú della sua esistenza, per contrastare un comportamento considerato "criminale".
 
 

Luoghi e modalitá di arresto

da "Le Ragioni di un Silenzio. La persecuzione degli omosessuali durante il nazifascismo"
di Rüdiger Lautmann
in Atti del Seminario di Verona, 16 ottobre 1999, Circolo Pink e Societá Letteraria di Verona

Lo Stato Nazionalsocialista

Nel 1933 la "stretta del potere" di Hitler fu una cesoia. Prima di ciò in Germania c’era un trend liberale, che si interruppe improvvisamente. L’odio dei nazisti nei confronti degli omosessuali era risaputo, alla pari dell’antisemitismo. Molto presto i bar (gay) furono chiusi. Le organizzazioni di omosessuali si sciolsero volontariamente. Da subito furono compiute razzie nei luoghi di aggregazione, ed i sospetti furono incarcerati, in qualche caso già nei primi campi di concentramento. Qui gli omosessuali furono tra i primi ad essere internati; la loro percentuale fu circa del 10% (a metà degli anni Trenta il loro numero era ancora una percentuale, negli anni della guerra era calato a solo una cifra per mille).

Il numero dei procedimenti punitivi cresceva vistosamente. Le indagini diventarono più frequenti e gli interrogatori più brutali quando erano condotti dalla Polizia Segreta di Stato (una istituzione nata sotto il nazismo che affiancava la Polizia normale). Questo é un esempio del cosiddetto Doppio Stato: da una parte gli organi dello Stato di Diritto continuarono a svolgere le loro funzioni (Polizia, Procura, Giustizia, Carceri) e rimasero nella maggior parte dei casi "nei ranghi" del Diritto. Dall’altra parte c’erano i corrispettivi nazisti: Gestapo, SS, campi di concentramento, che si sentivano votati all’ideologia nazista e combattevano in modo incredibilmente brutale tutto ciò che era definito indesiderabile ("ausrotten", ovvero "annientare" era la terribile espressione, un’accezione usata generalmente quando si fa riferimento a dei parassiti).
 
 

da "Eravamo marchiati con una "A" maiuscola"
di Weishaupt Josef, Jeanrond Elke, Muller Klaus
edizione Mediengruppe Schwabing e Nord Deutschland Rundfunk, Germania, 1991

Frederick von Großheim

"... poi cominciò un periodo terribile, non solo venivamo arrestati in flagrante, ma anche o solamente su sospetto e con le botte e le percosse eravamo costretti a fare i nomi degli altri. La polizia eseguì un piano molto preciso a Lubecca. Una volta arrestato non mi chiesero nulla di marchette o gente simile, ma stranamente sapevano molte cose degli amici del mio giro e ciò stava a significare che qualcosa di strano era successo prima... É così assurdo essere puniti per l’amore..."

"Fui tirato giù dal letto la mattina del 23 gennaio 1937, e fui portato con altri in un lanificio. Mi misero nell’ufficio, perché il lanificio era già pieno e non c’era posto per tutti. Fui imprigionato così com’ero, e nella cella senza cibo e senza cappotto dovevo sedere nell’unico angolo rimasto pulito... tutt’intorno c’erano feci ed urine. Non potevo nemmeno appoggiare le mani, così era pieno di escrementi. Vennero di sera e mi picchiarono a sangue, non riuscii nemmeno a piangere. Era così umiliante, di fronte a tutti... mi torsero il collo così forte che lo sentii scricchiolare. Da lì mi portarono al carcere di Marstall. Non riuscivo neanche a stare sdraiato, così mi faceva male il corpo, e dissi alla guardia carceraria: <<Mi può aiutare in qualche modo? La mia schiena é tutta insanguinata>>. Lui rispose: <<Non vedo niente>>. Chiaramente era un nazista con una grossa svastica sull’uniforme. Così facendo ha solo aumentato il mio amore per quello splendido (in senso ironico N.d.T.) regime. La popolazione però stava dalla parte dei nazisti, perché ogni mattina, quando il furgone della polizia ci portava attraverso Lubecca, al lanificio, la gente si fermava e ci additava urlando: <<Guardate! Fate che non succeda ai vostri figli!>>. Era davvero spaventoso...".
 
 

La vita nei lager

da "Le Ragioni di un Silenzio. La persecuzione degli omosessuali durante il nazifascismo"
di Rüdiger Lautmann
in Atti del Seminario di Verona, 16 ottobre 1999, Circolo Pink e Societá Letteraria di Verona

Il triangolo rosa nei campi di concentramento

"Ho cercato di fare una conta per difetto: il risultato della stima é che ci sono stati circa 10.000 uomini con il triangolo rosa nei campi di concentramento (possono essere stati 5.000 come forse 15.000). Questa cifra é stata confermata anche da successive ricerche e stime. Noi siamo stati una piccola minoranza di perseguitati, anche perché siamo ancora oggi una piccola minoranza nella società. Spesso qualcuno riferisce di centinaia di migliaia di omosessuali morti nei lager, ma ciò non corrisponde al vero, ed anche gli omosessuali stessi non dovrebbero citare numeri a cinque zeri.

Gli omosessuali hanno forse avuto fortuna nella sfortuna? Questo non si può dire; molte migliaia sono stati giudicati dalla giustizia penale, e come conseguenza finirono nei campi di lavoro, che non si chiamavano di sterminio, ma che in realtà erano la stessa cosa. La ricerca, a questo riguardo, é ancora lungi dall’essere portata a termine.

Il destino degli uomini nei campi di concentramento era orrendo, in particolar modo quando portavano il triangolo rosa. Secondo i nostri conteggi, che possono essere convertiti in percentuale, essi avevano un rischio di morte particolarmente alto (60%) se comparato con le altre categorie di internati. Tali stime sono però alquanto approssimative se si prendono in considerazione anche gli internati ebrei, polacchi e russi. In conseguenza di ciò penso che dovremmo rinunciare a comparare fra loro le diverse categorie dei perseguitati dal nazismo: ognuno ha avuto il proprio destino, e per ogni categoria di internati la persecuzione nazista ha rappresentato qualcosa di particolare.

Le lesbiche, ad esempio, non erano rappresentate da una vera e propria categoria all’interno dei lager; dal punto di vista numerico solo poche venivano internate ufficialmente come lesbiche, ma non per questo non soffrivano della minaccia e dell’ostilità nazista nei campi di concentramento. La loro sofferenza non era minore rispetto a quella degli omosessuali maschi, assumeva solo una forma diversa."
 
 

da "Eravamo marchiati con una "A" maiuscola"
di Weishaupt Josef, Jeanrond Elke, Muller Klaus
edizione Mediengruppe Schwabing e Nord Deutschland Rundfunk, Germania, 1991

Paul-Gerhard Vogel

"Ero nel Reparto V, che comprendeva una colonia penale con una baracca dotata di inferriate. Facevo parte di quella che veniva chiamata la "squadra dei miserabili", e dovevamo lavorare dalle 6 di mattina alle 9 di sera. Facevamo lavori di pulizia, svuotavamo le latrine... ed eravamo isolati dagli altri. Per circa sei mesi sono stato "piegato in due"; i miei polsi erano ammanettati alle caviglie. Quando portavano il cibo la mia ciotola era sul pavimento ed i soldati versavano la minestra dall’alto e così schizzava tutta fuori. Io dovevo leccarla per terra per riuscire a mangiare qualcosa. Non potevo uscire dalla colonia penale e non potevo liberarmi dalle manette; così mi facevo i bisogni addosso ed i miei pantaloni erano sporchi e puzzolenti. Poi mi spedirono nella baracca dell’isolamento, nella cosiddetta "squadra dei miserabili" del campo di concentramento. Qui il kapò era il peggiore; le guardie delle SS erano pigre, ma lui era quello che ci tormentava più di tutti. Anche a lui però piacevano gli uomini, ed aveva un ragazzo giovane che usava da "stallone". A lui nessuno diceva niente, ma quando due prigionieri venivano trovati assieme venivano picchiati ed insultati; "porci, froci schifosi", ci dicevano".
 
 

La vita dopo i lager - I sopravvissuti

da "Eravamo marchiati con una "A" maiuscola"
di Weishaupt Josef, Jeanrond Elke, Muller Klaus
edizione Mediengruppe Schwabing e Nord Deutschland Rundfunk, Germania, 1991

Paul-Gerhard Vogel

"Ci stavano spedendo da Flensburg a Ratisbona e poi improvvisamente ci fermammo. Avevamo sentito che Kiel era stata liberata; ci strofinavamo già le mani dalla contentezza! "Kiel..." pensavamo, "allora sono già qui a liberarci!" Per la prima volta potevamo sentire il profumo della libertà. "Russi o Americani, fa lo stesso" si diceva, "quando saranno qui ve la faranno vedere loro!"

Allora però ero già seriamente malato ai polmoni. Già nel viaggio di ritorno sputavo sangue. Non riuscivo a mangiare, ed i miei compagni mi rubarono il pane che io avevo messo da parte . Eravamo rinchiusi in 10 in una cella fatta per 2 prigionieri. Quando tossivo sputavo sangue, e le guardie mi picchiavano".

Dopo la liberazione a Paul-Gerhard Vogel fu dato un documento, dagli Inglesi, comprovante tutti i suoi anni di prigionia nei campi di concentramento. Un successivo documento, attestante una visita medica da lui sostenuta, comprovò i danni alla salute arrecati dalla prigionia. Il documento così recitava: "Sotto il profilo psicologico il paziente é depresso e spaventato, come risultato della durezza del periodo di imprigionamento nei campi di concentramento durante l’intera dittatura nazista". Nessuno dei due documento lo aiutarono nello sforzo per ottenere un risarcimento. Oggi Paul-Gerhard Vogel vive in una camera, con una pensione di circa 900.000 lire al mese, in quanto appartenente ad un gruppo perseguitato per cui le ricompense significative non sono considerate come giustificate. Solo negli ultimi anni alcuni hanno ricevuto una sorta di liquidazione di 5 milioni di lire circa, e comunque solamente in casi ben documentati. Per tutti gli altri vale ancora la decisione, della Suprema Corte Tedesca, del 1957 che dice che il Paragrafo 175 era già legge nel 1871, e che quindi gli omosessuali sentenziati durante la dittatura nazista lo furono con leggi già esistenti e non con leggi apposite varate durante la dittatura.

"Ogni tanto qualcuno mi dice: «Signor Vogel, voi dovete dimenticare». Non vorrei essere patetico, ma sarei felice se riuscissi a dimenticare; questo ricordo mi segue dietro ogni angolo, mi basta guardare le mie mani rovinate, i miei piedi pestati e qui sul fianco dove mi spensero un sigaro nelle carni... ci penserò ancora per ore, che sono passato attraverso quella tragedia...".
 
 

Rüdiger Lautmann

Il Terzo Reich ebbe fine nel maggio del 1945, anche se altri ricercatori come Shöps hanno stabilito che per gli omosessuali il Terzo Reich non finì subito. Prima di tutto gli omosessuali provavano vergogna, che può essere paragonato allo stato d’animo di una donna quando deve denunciare alla Polizia che é stata violentata. Da parte degli omosessuali c’è stato un vero e proprio silenzio collettivo. Molti degli ex-prigionieri omosessuali si sposarono dopo il 1946 a dimostrazione che, in questo caso, lo scopo della forzata "eterosessualizzazione" era comunque stato raggiunto.
 
 

da "Homosexuals. Victims of the nazi era 1933-1945"
di AAVV
edizioni United States Holocaust Memorial Museum, 1994

Vittime del periodo nazista

Dopo la fine della guerra, i prigionieri omosessuali dei campi di concentramento non furono riconosciuti come vittime della persecuzione nazista e gli furono rifiutati gli indennizzi. Sotto il Governo Militare Alleato, alcuni omosessuali furono costretti a terminare il loro periodo di prigionia in carcere, nonostante il tempo trascorso nei campi di concentramento. La versione del 1935 del Paragrafo 175 rimase nella legislazione della Repubblica Federale Tedesca fino al 1969, quando fu riformato; a così tanti anni dalla liberazione gli omosessuali subirono ancora arresti ed incarcerazioni. Il paragrafo 175 riformato, che conteneva unicamente la discriminazione sull’età del consenso (16 anni per partner eterosessuali e 18 per partner omosessuali), é stato abrogato nel 1994.

La ricerca sulle persecuzioni degli omosessuali da parte dei nazisti fu impedita dalla criminalizzazione e dalla stigmatizzazione degli omosessuali in Europa e negli Stati Uniti nei decenni che seguirono l’Olocausto. La maggior parte dei sopravvissuti avevano paura o vergogna a raccontare le loro storie. Recentemente, soprattutto in Germania, sono state pubblicate nuove ricerche su queste "vittime dimenticate", ed alcuni sopravvissuti hanno rotto il loro silenzio per testimoniare.
 
 

Monumenti alle vittime omosessuali dei campi di concentramento

Berlino, Motzstrasse
Bologna, Giardini del Cassero di Piazza di Porta Saragozza
Auschwitz, Campo di Concentramento
Amsterdam, (in costruzione)

La punizione dell’omosessualitá durante il periodo fascista

Osservando le differenti giurisprudenze di Germania e Italia in materia di omosessualitá, durante i periodi di dittatura nazifascista, si nota subito il diverso approccio dei due Stati alla "questione omosessuale". Mentre la Germania di Hitler perfezionava il Paragrafo 175 e preparava i primi campi di concentramento, l’Italia di Mussolini escludeva dal "Codice Rocco" qualsiasi traccia di omosessualitá. In buona sostanza il nazismo provava ad eliminare fisicamente l’omosessuale (uccidendolo o "curandolo" con i piú subdoli ed inefficaci esperimenti), mentre il fascismo utilizzava il silenzio come arma efficacie e sperimentata, applicando il principio tipicamente latino per cui di un argomento scomodo "meno se ne parla e meglio é". Gli omosessuali tedeschi venivano eliminati dalla circolazione e uccisi, quelli italiani venivano fatti sparire al confino in qualche isola remota per poi farli tornare e svergognarli di fronte ai propri concittadini notificandogli l’obbligo di firma per i motivi ormai noti a tutti. Tuttavia, sebbene questa sia la tesi piú comunemente accettata, vi erano alcune eccezioni. Diversi omosessuali tedeschi si salvarono dai lager grazie a conoscenze altolocate o pagando ingenti somme di denaro. Molti omosessuali italiani furono invece spediti ai lavori forzati in miniera a Carbonia, comune sardo creato durante la dittatura per dimostrare la laboriositá del popolo italiano.
 
 

da "Le Ragioni di un Silenzio. La persecuzione degli omosessuali durante il nazifascismo"
di Gianfranco Goretti
in Atti del Seminario di Verona, 16 ottobre 1999, Circolo Pink e Societá Letteraria di Verona

Il Codice Rocco e la tolleranza repressiva

Il codice fascista, il Codice Rocco, non ha prodotto, nel momento della sua attuazione, una legge specifica antiomosessuale. Tra l’altro neanche il codice precedente, il Codice Zanardelli, conteneva una legge antiomosessuale. Ma attenzione, non è una scelta liberale, non è nell’ideologia fascista o di Zanardelli o dell’Italia Umbertina (io ricordo che probabilmente noi non sappiamo nulla sulla repressione e sull’uso di sanzioni di polizia nell’Italia prefascista, che è un campo di ricerca tutto da vagliare), il fatto di non perseguire con leggi apposite l’omosessualitá. Non è una scelta liberale, non è una scelta di riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali quella di non inserire un articolo antiomosessuale, anzi!

L’articolo antiomosessuale era presente nel progetto Rocco del 1927. Questo progetto prevede un articolo, il nr. 528, che punisce con il carcere da 1 a 3 anni qualsiasi persona che abbia relazioni omosessuali. La pena poteva essere aggravata dalle circostanze di accadimento.

Nell’Italia fascista, questo sarebbe stato il primo articolo antiomosessuale che avrebbe colpito le persone perché, come dice Appiani, (magistrato): "Questo articolo risponde pienamente al nuovo orientamento del regime fascista, ispirato ad una più efficace tutela della sanità fisica e morale della stirpe contro il rilassamento del costume determinato dalla guerra e accentuatosi nel dopoguerra, che ha consigliato di apprestare nuovi e più idonei mezzi di difesa contro le minacce alla moralità e le oscenità che insidiano lo spirito delle nuove generazioni. Oggi lo stato fascista deve prevalere sull’individuo nel conseguimento dei suoi fini etici". Ma nel momento in cui però c’è la discussione finale a sorpresa l’articolo viene tolto. Le motivazioni, se non fossero tragiche, sarebbero comiche.

La relazione finale della Commissione Appiani, che è quella che dovrà discutere e mettere in atto il progetto proprio sul Codice Penale Rocco dice così: "La Commissione ne propose ad unanimità e senza alcuna esitazione la soppressione per questi due fondamentali riflessi. La previsione di questo reato non è affatto necessaria perché per fortuna ed orgoglio dell’Italia il vizio abominevole che ne darebbe vita non è così diffuso tra noi da giustificare l’intervento del legislatore, nei congrui casi può ricorrere l’applicazione delle più severe sanzioni relative ai diritti di violenza carnale, corruzione di minorenni o offesa al pudore ma è noto che per gli abituali e i professionisti del vizio, per verità assai rari, e di impostazione assolutamente straniero, la Polizia provvede fin d’ora, con assai maggiore efficacia, mediante l’applicazione immediata delle sue misure di sicurezza e detentive".

Viene quindi detto: "non c’è bisogno dell’articolo perché non abbiamo omosessuali"; c’è quindi una negazione della differenza. Gli omosessuali non esistono, se caso mai comunque ne troviamo qualcuno, tanto poi ci sono anche le forze di Polizia che ci pensano, ed è quello che in Italia verrà fatto.

Questo non si discosta dalla tradizione precedente dello Zanardelli stesso che, nel commentare un non inserimento dell’articolo antiomosessuale nel Codice Penale del 1889 diceva: "Il legislatore non deve invadere il campo della morale", ma il silenzio funziona meglio di una repressione aperta, che è l’atteggiamento della tolleranza repressiva (nel quale possiamo leggere la nostra storia di movimento gay italiano). Nel momento in cui c’è una dichiarazione di guerra si risponde, però in realtà l’atteggiamento è quello di non dichiarare guerra aperta ma nello stesso tempo agire, e quindi reprimere, e il regime fascista lo farà quando ce ne sará bisogno utilizzando le misure di polizia.

Che cosa erano queste misure di polizia? Le misure di polizia erano regolate dal Testo Unico di Polizia del 26-31. Semplicemente in ogni provincia c’era una Commissione Provinciale formata dal Prefetto, Questore, Rappresentante della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e un rappresentante dei Carabinieri Reali. Una persona poteva essere diffamata dalla voce pubblica al Questore, ed il Questore faceva partire su di lui un procedimento e dava poi le carte alla Commissione senza che la persona sapesse nulla. Poteva essere data una sanzione amministrativa senza che la persona sanzionata sapesse nulla, dopodiché una volta che la Commissione Provinciale si pronunciava partiva l’arresto nel caso di confino oppure la comunicazione alla persona. Le tre sanzioni fondamentali utilizzate erano la diffida, l’ammonizione e il confino.
 
 

da "1940: a Catania Molina purgava"
di Giovanni dall’Orto
in "Contatto", anno 1, num.1, giugno 1989

1940: a Catania il Questore Molina imponeva il confino agli omosessuali

"La piaga della pederastia in questo capoluogo tende ad aggravarsi e generalizzarsi perché i giovani finora insospettati, ora risultano presi da tale forma di degenerazione sessuale sia attiva che passiva che molto spesso procura loro mali venerei. In passato molto raramente si notava che un pederasta frequentasse caffè e sale da ballo o andasse in giro per le vie più affollate; più raro ancora che lo accompagnassero pubblicamente giovani amanti ed avventori. Il pederasta ed il suo ammiratore preferivano allora le vie solitarie per sottrarsi ai frizzi ed ai commenti salaci; erano in ogni caso generalmente disprezzati non solo dai più timidi, ma anche molte e spontanee ripugnanze sono superate e si deve constatare con tristezza che vari caffè, sale da ballo, ritrovi balneari e di montagna, secondo le epoche accolgono molti di tali ammalati, e che giovani di tutte le classi sociali ricercano pubblicamente la loro compagnia e preferiscono i loro amori snervandosi ed abbruttendosi. Questo dilagare di degenerazione in questa città ha richiamato l’attenzione della locale Questura che é intervenuta a stroncare o, per lo meno "arginare tale grave aberrazione sessuale che offende la morale e che é esiziale alla sanità ed al miglioramento della razza", ma purtroppo i mezzi adoperati si sono dimostrati insufficienti. I fermi per misure, le visite sanitarie, la maggiore sorveglianza esercitata nei pubblici esercizi e nelle pubbliche vie, non rispondono più alla bisogna. Perché infatti i pederasti, fatti più cauti per eludere la vigilanza della Pubblica Sicurezza, ricorrono ad una infinità di ripieghi.

I più abbienti mettono su quartini mobiliati con gusto civettuolo ed invitante, i più poveri per spirito di emulazione e per non essere da meno, ricorrono ai più disparati espedienti, non escluso il furto, per procurarsi i mezzi e mettere anch’essi su una casa ospitale. Tutti poi, per vanità, per piccole gelosie, menano vanto delle conquiste fatte che tentano di mantenere a prezzo di qualsiasi sacrificio.

I giovani dall’altro (quando non espressamente invitati) sono sospinti in quelle case, alcuni dalla curiosità, altri dall’insidioso desiderio di fumarvi gratuitamente una sigaretta, e tutti, dopo aver visto, hanno voluto poi provare sicché vi sono sempre ritornati.

É tale presa di contatto, anche quando non sfugge alla Polizia, che non può in ogni caso essere impedita, pur prevedendone gli sviluppi e le ultime conseguenze.

Ritengo, pertanto, indispensabile nell’interesse del buon costume e della sanità della razza, intervenire, con provvedimenti più energici, perché il male venga aggredito e cauterizzato nei suoi focolai. A ciò soccorra, nel silenzio della legge, il provvedimento del Confino di Polizia, da adottarsi nei confronti dei più ostinati fra cui segnalo l’individuo..."
 
 

da "Dossier"
di Giovanni dall’Orto
in "Contatto", anno 1, num.1, giugno 1989

Un omosessuale al confino fascista

É il 13 gennaio 1939, mentre l’attenzione internazionale é spostata verso Roma, dove si svolgono i colloqui fra Mussolini e Chamberlain, premier britannico, sulla tesa situazione europea, a Catania, nel più assoluto silenzio, circa 20 ragazzi vengono arrestati con l’accusa di "pederastia". Il 2 febbraio sono condannati a 5 anni di Confino. Dopo pochi giorni, il 14 febbraio, nuovi arresti con la stessa accusa: anche questa volta la Commissione Provinciale per i Provvedimenti di Polizia, l’undici aprile dello stesso anno, regala 5 anni di "villeggiatura". Non furono i primi, i ragazzi di Catania, e neanche gli ultimi di un elenco di centinaia, fra diffidati, ammoniti e confinati politici, di perseguitati dal Regime per la loro condizione omosessuale. A Catania, un ex-confinato, che mantiene l’anonimato per paura, ricorda a Gianfranco Goretti la sua esperienza:

"...Sono arrivati dopo mezzanotte a casa mia. Hanno bussato e dice: « É lei L.F.G.? Venga, che ci deve parlare il Commissario». E così ci hanno portato in carcere dove siamo rimasti 15 giorni".

- Ma lei sospettava qualcosa? Pensava che un giorno l’avrebbero arrestato?

E chi aveva fatto niente! Non mi era successo niente. Anche se sospettavo, che facevo, me ne scappavo? Una volta che ero in mano loro... mi hanno portato là e l’indomani mi hanno passato in carcere.

- Durante i giorni dell’arresto parlavate fra di voi? Prevedevate cosa sarebbe successo?

Eh...! Siccome ci avevano mandati gli altri al confine, già si sapeva che anche noialtri avremmo dovuto fare la stessa fine... ero rassegnato, mia madre poveretta... Sa, io ero l’unico figlio maschio, mio fratello era morto,. c’erano le mie sorelle con mia madre... Ne ho passate di tutti i colori.

- Vi interrogarono subito?

No, dopo un paio di giorni. Poi siamo andati al Consiglio davanti alla Commissione, e lì ci hanno condannato. Non tutti però...Mi ricordo arrestarono altri, assieme a noi, che poi hanno rilasciato: un mio amico, per esempio, che aveva 17 anni. Ma lui lo rilasciarono o perché era troppo giovane o perché non erano riusciti a dimostrare nulla.

- Oltre l’interrogatorio avete anche subito una visita medica?

Sì, ci portarono dal medico tutti assieme che ci fece la visita per provare se eravamo pederasti o no. Poi ci interrogarono... mi ricordo che durante l’interrogatorio i Carabinieri ci dicevano che oramai eravamo come le puttane, che ci facevamo pagare, per il fatto che nella sala da ballo dove si andava qualcuno faceva anche le marchette... sa, ragazzi che vivevano fuori dalle famiglie.

- Voi frequentavate una sala da ballo?

Sì, ci si andava spesso. Era una sala che si trovava in Piazza S. Antonio, una sala solo per maschi, e lì si trovavano i ragazzi, maschi, che cercavano gli "errusi", noi diciamo così gli omosessuali. Lì qualche volta veniva la Polizia, sa, del buon costume, per motivi di scandalo pubblico potevano darti dei fastidi.

- Coloro che erano condannati per omosessualità dal ‘36 in poi, venivano spediti in confino politico; come mai voi veniste mandati prima in confino comune?

Forse perché pensavano che eravamo delinquenti, non so, che ci mandarono prima al confino comune, a Ustica e altri a Lampedusa, e poi, visto che non trovarono niente contro di noi, ci spedirono tutti insieme al Confino Politico, a San Domino (Isole Tremiti).

- Perché poi vi venne assegnato il Confino Politico?

Non so, dicevano che come pederasti eravamo capaci di tutto... sa, le sale da ballo... bisognava comunque liberarsi di noi.

- Dai rapporti di Polizia l’unica motivazione dell’arresto e del Confino é l’accusa di "pederastia". É vero che prima del 1936 gli omosessuali venivano condannati al Confino comune, ma, dopo tale anno, l’atteggiamento del regime cambia: ai "pederasti" spetta il confino politico. Siamo nell’Italia "Imperiale", che si avvicina in politica estera e di conseguenza in politica interna, alle posizioni della Germania nazista, antisemitica e razzista in genere. Così anche in Italia l’omosessuale diventa un pericolo in sé, é antifascista in quanto omosessuale, poiché non rispetta i canoni della virilità, perché la sua esistenza é sinonimo di degenerazione razziale. Confino politico, dunque, per "arginare tale grave aberrazione sessuale che offende la morale ed é esiziale alla sanità ed al miglioramento della razza", come possiamo leggere nei documenti conservati all’Archivio Centrale di Stato. L’invio dei catanesi al Confino comune nel 1939 é una "svista", corretta nel maggio dello stesso anno, con l’invio di tutti gli omosessuali a S. Domino delle Tremiti, colonia penale per confinati politici.

Da qui c’è stato il carro cellulare, col treno, i Carabinieri ci hanno preso e portato ad Ustica. Noi siamo arrivati verso le due o le tre del pomeriggio col vaporetto perché siamo stati di transito a Palermo, al carcere di Palermo... non é che abbiamo fatto la linea diretta: a Palermo siamo stati in camera di traduzione e poi lì c’era lo smistamento, chi doveva andare a Ustica, chi a Lampedusa.

Nel tratto di mare da Palermo ad Ustica, io soffrii di mal di mare e ricordo questo carabiniere che mi era venuto vicino, a coccolarmi "sa stiamo arrivando; stiamo facendo".

Che vuoi non avevo mai fatto il mare lungo: lo Stretto di Messina quant’é, dieci minuti, non é che ti può dare fastidio. Appena siamo sbarcati c’erano ad aspettarci tutti i "puppi", sa, i compagni nostri che erano stati confinati come comuni prima di noi; ma a loro li avevano arrestati per scandalo pubblico... e ci aspettavano con tutti i fiori, dicendo "Eh! É arrivata a’ bellezza e’ Catania!"

- Ma loro sapevano che sareste arrivati?

Si vede che l’avevano saputo da qualcuno, forse erano in contatto con quelli di Catania, che ci dicessero che ci avevano preso, oppure l’avevano sentito dire e aspettavano. Abbiamo cenato insieme e poi siamo andati nei nostri cameroni. E così lì passammo tre mesi. Nell’isola c’erano dei confini per noi, oltre i quali non potevi andare, e questo era... all’inizio stavo nei cameroni, poi affittai una casa, insieme ad un ragazzo di Palermo, che era lì per furto.

- A S. Domino fu diverso, eravate solo voi omosessuali, non avevate contatti con gli altri confinati?

No, no, no. Noi eravamo separati dagli altri confinati politici. Lì poi non c’era niente, solo i nostri cameroni, la casa del comandante, lo spaccio, dove lavorava uno di noi, il faro, dove c’erano i marinai, e poi c’erano degli isolani ai quali io tenevo le mucche, così giravo un pó l’isola, andavo, coglievo i fichi, per venderli agli "errusi" e così mi facevo anche un pó di soldi oltre alle 5 lire che ci passava lo Stato.

- Tutti quanti voi avete scritto delle suppliche, chi al Re, chi a Mussolini, per alleggerire la vostra pena...

Certo, ma noi oltre a questo che potevamo fare? Mia madre scrisse, chi stava qua qualcosa poteva fare, scrivere a Roma... Quando ero là mi arrivò la cartolina del militare. Arrivò a casa e mia madre, poveretta, mandò la cartolina "có sta scusa può essere che si libera dal confino". E invece il direttore della colonia rispose alla caserma di Catania che mi trovavo al confino per pederastia. Mi ridiedero solo la cartolina che mi aveva mandato mia madre. Stava però succedendo la guerra, così ci hanno mandato a casa tutti.

- Era il giugno del 1940. Vi mandarono a casa tre anni prima per far posto ad altri confinati politici. Come andò il ritorno a Catania? Riprese la vita normale?

No, non potevamo uscire normalmente, eravamo controllati. Ci diedero due anni di ammonizione e ogni tanto si doveva andare in Questura a firmare. Neanche gli altri vidi più, anche per questa cosa della guerra. Poi madri, padri, non si poteva fare più quello che si faceva prima, capisci? Dovevamo stare più attenti. Anche perché dicevano che se ci riprendevano un’altra volta non ci lasciavano più. La paura era enorme...
 
 

"Eravamo marchiati con una A maiuscola" (sbobinamento di parte del video)
di Weishaupt Josef, Jeanrond Elke, Muller Klaus
edizione Mediengruppe Schwabing e Nord Deutschland Rundfunk, Germania, 1991

Paul Gerhard Vogel

"Quando sbarcammo a Nordreisa non ci era permesso parlare. C’erano un sacco di galeotti addetti ai lavori forzati e guardie con molte armi. I nostri kapò erano riuniti in gruppetti, e controllavano la situazione... avevano manganelli di gomma, che sicuramente gli erano stati forniti dalle SS. I prigionieri comuni non avrebbero mai potuto averne uno!

La strada in costruzione aveva di lato un profondo dirupo, dove era facile cadere dentro. Ci diedero scarpe che sembravano di pelle, ma in realtà erano fatte di cartone, legno e fil di ferro; dopo aver camminato nella neve si spappolavano lasciandoci a piedi nudi.

In inverno, quando la strada non si poteva costruire, facevamo da spazzaneve umani; e questa é un’altra storia. I grossi camion addetti al trasporto dei prigionieri erano scoperti, ed il freddo ci colpiva dritti addosso. Le SS ci precedevano, avvolte in pellicce e con le Mercedes dotate di riscaldamento. E noi allo scoperto, con 4-5 fogli di giornale sotto i vestiti, per proteggerci dal freddo. Stavamo così, spalando la neve, mentre altra ne cadeva turbinando dal cielo. La neve spalata veniva messa su tre cumuli, uno sopra all’altro, ai lati della strada per tenerla libera e percorribile".



Buchenwald

A Buchenwald, così come in tutti i campi di concentramento, i nazisti impiegarono enormi energie per applicare sistemi per umiliare, tormentare e usare violenza alle persone omosessuali. Ciò é noto non solo dai racconti degli ex-prigionieri, ma anche dai memoriali dei leader nazisti come Himmler, che era guidato da un inimmaginabile odio verso gli omosessuali. Altri, come Rudolf Höss comandante dei lager di Auschwitz e Sachsenhausen, esercitarono, nei confronti degli omosessuali, una vera e propria azione di sadismo pianificato. Gli uomini col triangolo rosa non solo erano considerati la feccia peggiore sia dalle SS che dagli altri detenuti, ma erano anche tenuti in Unità di Isolamento Speciali, emerginati dal resto degli internati ed assegnati ai lavori più duri.

La cava di Buchenwald fu descritta dall’ex-prigioniero Jaruslav Bartel in questo modo: "Il lavoro nella cava si svolgeva in condizioni inumane, costantemente sotto la guardia delle SS, in mezzo agli spari dei capisquadra. Ogni giorno si verificavano mutilazioni, incidenti e ferite mortali. Difficilmente passava un giorno senza la fucilazione di uno o più prigionieri. Quasi tutti i giorni, quando l’Unità di Isolamento Speciale marciava in fila per cinque, il kapò aveva già ricevuto i nomi, da chi aveva fatto l’appello, dei prigionieri che non avrebbero più fatto ritorno dalla cava. Al ritorno dal lavoro ogni prigioniero doveva portare una grossa pietra sulle spalle; se non era abbastanza grossa, ciò significava ulteriori tormenti e punizioni da parte delle SS. A volte il prigioniero collassava sotto il peso del macigno scelto per lui dalle guardie. I carrelli per il trasporto dei sassi erano trainati dai detenuti, e dovevano essere completamente pieni. Spesso, ad un prigioniero, la cui gamba era stata investita da un carrello, la stessa veniva amputata. Quel prigioniero veniva mandato all’ospedale del campo e nessuno lo rivedeva più. Nell’ospedale, un medico delle SS gli praticava l’eutanasia con una iniezione letale".

Gli inutili tentativi di eliminare l’amore di un uomo nei confronti di un altro uomo portò i nazisti alle idee più malvagie e perverse. Così il dottore danese delle SS Vernet convinse Himmler di avere trovato un’arma fantastica contro l’omosessualità. Vernet impiantò una "ghiandola sessuale artificiale" in 15 omosessuali usati come cavie, ma sebbene i risultati furono nulli (due di essi morirono per complicazioni postoperatorie), Vernet scrisse orgoglioso a Himmler , nel 1944: "La ghiandola maschile artificiaIe é pronta, é stata testata e standardizzata sugli animali ed i risultati preliminari dimostrano che questo impianto, noto come 3 A, é capace di convertire omosessualità in una normale condotta sessuale".

Nel Campo di concentramento di Sachsenhausen i nazisti usavano gli uomini come cavie per testare calzature. Molti omosessuali furono costretti a correre per 40 km al giorno, senza pausa, per testare la durata delle suole sintetiche, sferzati dai colpi ed aizzati dai cani; spesso in scarpe troppo piccole per il piede.

Come la cava di Buchenwald, la fabbrica di klinker di Sachsenhausen era ugualmente temuta dai prigionieri. Nel racconto di un sopravvissuto, la pianificazione dell’eliminazione sistematica dei cosiddetti "175ini", era così descritta: "Nel periodo fra il 25 agosto ed il 25 settembre 1942, a causa della mia malattia, fui portato all’ospedale del campo. Durante questo periodo, ogni giorno, tre o quattro corpi di lavoratori della fabbrica di klinker arrivavano gravemente feriti o mutilati. Tutte le vittime erano state fucilate. I corpi erano sfigurati. Generalmente il foro d’entrata della pallottola era normale, ma quello di uscita era insolitamente largo".

Fino all’ultimo momento i nazisti non ebbero un approccio unico nella persecuzione degli omosessuali. Alcuni erano per lo sterminio, altri per la conversione forzata del loro orientamento sessuale. In ogni caso i circa 15.000 omosessuali dei campi di concentramento, furono facile bersaglio delle guardie e degli altri internati. La maggioranza degli omosessuali non sopravvisse all’imprigionamento nei Lager.