Gli internati sloveni e croati deportati sull’isola di Arbe e in Italia

Tone Ferenc

 

Il tema dei campi di concentramento italiani riservati agli sloveni della Provincia di Lubiana ed ai croati del Gorki Kotar è lungi dall’essere inedito. Esso fu trattato da storici sloveni, croati ed anche italiani, primi fra tutti Bozidar Jezernik, Ivan Kovacic, Carlo Spartaco Capogreco ed altri. Nel 1946 fu dato alle stampe a Lubiana un volume dal titolo Internacije/Internamenti, corredato da alcuni documenti, ma una raccolta di gran lunga più esauriente, riportante ben 490 documenti, ha visto la luce nell’autunno dell’anno scorso.

Quanto alla Provincia di Lubiana, costituita nei territori occupati dall’Italia e annessa il 3 maggio 1941 al Regno d’Italia, non appare sostenibile, per il 1941, la presenza di una violenza di massa. Per contrastare la resistenza armata degli sloveni furono peraltro disposti provvedimenti di confino ed il Tribunale militare di guerra, insediato a Lubiana nel novembre del 1941, comminò alcune condanne alla pena capitale. I presupposti giuridici allo scatenamento di una violenza di massa nei riguardi della popolazione resistente furono forniti da Benito Mussolini, con un provvedimento che affidò al Regio Esercito competenze in materia di tutela dell’ordine pubblico (19 gennaio), e dal generale Mario Roatta, comandante della II Armata, con la famigerata circolare 3C (1 marzo 1942) che introdusse, accanto ad altri drastici provvedimenti (la fucilazione di ostaggi, l’annientamento dei villaggi, ecc.), anche quello dell’internamento della popolazione.

I primi due campi di concentramento, per le persone catturate nel corso di un’azione di rastrellamento protrattasi a Lubiana per alcuni giorni a cavallo dei mesi di febbraio e di marzo del 1942, furono allestiti all’inizio del mese di marzo 1942 nelle località di Ciginj e di Dolenja Trebuša, per fungere in un certo senso da carcere sussidiario, soggetto alle competenze del comando dell’XI Corpo d’Armata che aveva predisposto all’uopo un apposito regolamento. I carcerati – indiziati politici sloveni – vi avrebbero dovuto sostare a disposizione delle autorità inquirenti fino all’eventuale condanna dinanzi al Tribunale militare di guerra. La contrarietà di alcuni funzionari della Venezia Giulia all’apprestamento di campi di concentramento in prossimità del confine, ed in un’area della Venezia Giulia ad insediamento allogeno, determinò il trasferimento di questi e di altri prigionieri nell’allora campo di prigionia per prigionieri di guerra n. 89 a Gonars, nella Bassa friulana. L’internamento dei civili rastrellati a Lubiana ed in altre città e di ufficiali e sottufficiali del disciolto esercito jugoslavo produsse in breve tempo la sovra saturazione di quelle strutture (al punto che si dovette ricorrere alle tendopoli) e l’Intendenza della II Armata, alla quale nel mese di marzo era stata conferita la competenza per la gestione dei campi di concentramento riservati agli internati della Provincia di Lubiana e del Gorski Kotar, allestì nel luglio del 1942 altri due campi di concentramento nelle caserme di Monigo in provincia di Treviso e di Chiesanuova in provincia di Padova.

Fino ai primi di luglio del 1942 l’internamento aveva colpito ben determinate categorie di persone (i cosiddetti indiziati politici, gli ufficiali e i sottufficiali, gli intellettuali, i rifugiati, i disoccupati, i parenti dei partigiani, ecc.), e poiché le aree rurali erano controllate dalle autorità resistenziali, esso si limitò alle località presidiate da guarnigioni militari italiane. Nel corso dei preparativi per la grande offensiva militare, protrattasi dalla metà di luglio ai primi di novembre del 1942, che avevano fatto presagire internamenti ancor più massicci, tanto da alimentare un fitto scambio epistolare tra Roma e Lubiana sull’opportunità o meno di internare circa 30.000 sloveni, mentre qualche funzionario presso il ministero degli Interni propose l’internamento nientemeno che di 100.000 persone provenienti dalle province annesse, fu allestito, nel mese di luglio, sull’isola di Arbe, un nuovo campo di concentramento, anzi il più capiente campo di concentramento sino ad allora disponibile. Nonostante la sua stessa posizione insulare risultasse dissuasiva nei confronti di tentativi di evasione, gli episodi verificatesi in alcuni campi di concentramento indussero le autorità, nell’autunno del 1942, a riqualificare il campo di concentramento per prigionieri di guerra in località Renicci, nell’Italia centrale, in un campo di internamento per la popolazione slovena.

Benché il maggior numero di sloveni e croati fosse stato internato nel corso della ricordata offensiva (oltre la metà della popolazione residente nel Gorski Kotar e nelle aree meridionali della regione di Kocevje, intere famiglie provenienti da interi villaggi letteralmente rasi al suolo) e benché lo stesso Mussolini avesse ventilato nel corso di una riunione con i comandi militari l’evacuazione coatta di tutta la popolazione della Provincia di Lubiana, i comandanti della II Armata e dell’XI Corpo d’Armata ritennero impraticabili gli "internamenti massicci". In concomitanza con i preparativi per la grande offensiva militare congiunta tedesca, italiana e ustascia-croata in Croazia ed in Bosnia, venne allestito, nel gennaio del 1943, un nuovo campo di concentramento in località Visco, nei pressi di Palmanova, prevedendo per esso consistenti capacità ricettive che tuttavia, analogamente a quanto avvenne ad Arbe, non furono raggiunte.

Le capienze previste per i campi di concentramento su ricordati furono varie; la massima si ebbe ad Arbe con 20.000 internati, ma di fatto essa si aggirò sulle 6.650 unità. Stando ai dati statistici, il numero degli internati raggiunse il picco il 29 dicembre 1942 con 21.671 internati, calcolando però i decessi ed i provvedimenti di rilascio di internati (che alimentarono perlopiù i ranghi della Milizia volontaria anticomunista – MVAC) si può stimare, per il biennio 1942-1943, un numero di internati dalla Provincia di Lubiana e del Gorski Kotar non inferiore alle 25.000 unità.

Le condizioni di vita degli internati in questi campi di concentramento variarono da campo a campo in relazione a svariate circostante. La situazione più precaria si ebbe ovviamente sull’isola di Arbe dove i tassi di morbilità e di mortalità dovuti a denutrizione, a condizioni abitative insalubri, al freddo, ecc., raggiunsero dimensioni spaventose, paragonabili persino a quelle di alcuni campi di concentramento nazisti. Stando ai dati certi sinora raccolti perirono in questi campi di concentramento oltre 2424 internati, la maggior parte dei quali – ben 1435 – sulla sola isola di Arbe.

Il crollo del regime fascista in Italia non comportò per gli internati sloveni e croati la liberazione dai campi di concentramento italiani. Essa fu resa possibile soltanto dall’armistizio decretato l’8 settembre 1943; tuttavia numerosi reduci dai campi di internamento italiani dovettero affrontare il nuovo calvario dei campi di concentramento tedeschi.