L'Arena
lunedì 17 settembre 2007  pag. 17 – lettere



Nelle polemiche seguite all’elezione, da parte del Consiglio comunale, dei rappresentanti del Comune di Verona nell’assemblea dell’Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, uno dei temi proposti alla discussione è stata la asserita unilateralità della impostazione storiografica, e in fondo il valore scientifico o al contrario la natura «propagandistica» delle pubblicazioni dell’Istituto.

Ora che le polemiche si sono placate mi sembra che sia opportuno dare alla pubblica opinione alcune informazioni puntuali su questo punto specifico, e svolgere alcune considerazioni, perché non ci si basi su preconcetti e su eccessive semplificazioni.

È bene ricordare innanzitutto, molto velocemente, alcuni principi metodologici essenziali. Una assoluta obiettività, nella ricerca storica, non può esistere; che la storia ricostruisca i fatti «così come sono realmente accaduti» è una illusione. Ogni storico segue infatti - inevitabilmente - dei suoi criteri interpretativi; sceglie autonomamente i problemi che intende approfondire; individua e vaglia le fonti dalle quali trae informazioni e dati. Le sue convinzioni ideali, i suoi «pre-giudizi» possono essere esplicitamente dichiarati, o possono essere deducibili dal contesto. Ma quello che è importante è che lo storico segua una metodologia corretta, adeguata al problema scelto: fondata comunque sulla critica delle fonti (quali che esse siano: documentarie, orali, iconografiche...), sulla adeguatezza delle fonti a spiegare, e sulla verificabilità, da parte del lettore, del percorso di ricerca svolto e illustrato in una narrazione storica che cercherà di essere la più convincente possibile. Questo per sgombrare il campo dall’idea della pretesa «neutralità» e asetticità delle pubblicazioni di questo Istituto, che è un falso problema. Come ogni decente lavoro di storia degno di questo nome - che sia di mediocre o eccellente qualità - anche le pubblicazioni dell’Istituto veronese rispondono a questi criteri: forniscono dati e informazioni, vagliate e interpretate dall’autore o dagli autori secondo propri criteri valutativi.

Vediamo allora, in concreto, cosa ha prodotto questo Istituto. Va osservato innanzitutto che l’Istituto veronese è relativamente giovane: è stato fondato nel 1987 (65° tra gli istituti aventi sede in un capoluogo di provincia), e ha cominciato a pubblicare soltanto nel 1993, appena 14 anni fa. È dunque nato in anni storiograficamente cruciali per la storiografia sulla Resistenza. Attorno al 1990 cominciò infatti a modificarsi l’interpretazione storiografica tradizionale della Resistenza italiana, quella «vulgata» resistenziale un po’ manichea che aveva tenuto il campo sino ad allora.
Impossibile dare qui conto di un processo molto complesso: basterà ricordare fra i tanti elementi di novità la pubblicazione di un’opera capitale come quella di Claudio Pavone (Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, 1989), il progressivo apprezzamento dell’apporto alla Resistenza dei militari, gli approfondimenti sulle violenze partigiane (prima assai spesso sottaciute o rimosse). Ora, la produzione storiografica dell’Istituto veronese (in tutto 13 volumi nella serie «Quaderni» e 5 nella serie «Materiali», tutti editi da Cierre) risente con tutta evidenza del quadro storiografico mosso e articolato che ha caratterizzato gli ultimi 15 o 20 anni. In modo per certi aspetti paradossale, gli studi pubblicati non comprendono per esempio una ricostruzione «ufficiale» e complessiva della storia della Resistenza veronese. Essi spaziano invece, con grande libertà, su tematiche assai diversificate; ciò che tra l’altro giustifica pienamente l’aggiunta nella ragione sociale (apportata nel 1998), della locuzione «e dell’età contemporanea». Si va dunque da ricerche sugli ebrei a Verona (Ebrei a Verona. Presenza ed esclusione), a indagini sulla grande industria (L’industria a Verona tra 1927 e 1937), alla storia dell’Unione donne italiane nel dopoguerra, alla tranche de vie di un ferroviere veronese, e ancora allo spirito pubblico e alla vita culturale di Verona durante il fascismo. Marcata è l’attenzione ai problemi della didattica della storia e della percezione della contemporaneità tra gli studenti veronesi; e a questi lavori si possono accostare ricerche che approfondiscono (anche qui in prospettiva didattica) la sensibilità per la fonte filmica e per il romanzo.

Naturalmente non manca l’attenzione a fatti e persone della Resistenza in senso proprio. Ma non è casuale la spiccata preferenza - facile da constatare dal catalogo - per la memorialistica: si tratti di Berto Perotti, di Luigi Marchi, di Luigi Tosi, di Delfina Borgato, di mons. Aldrighetti, di Franco de’ Franceschi, di Augusto Tebaldi, dei ferrovieri veronesi come soggetto collettivo), ciò è indizio di un’attenzione alla persona, al singolo, alla dimensione esistenziale - certo, di antifascisti militanti o di resistenti -, che è in parte almeno figlia di quella congiuntura storiografica alla quale sopra alludevo. E si può ricordare infine, come prova della mancanza di preclusioni rispetto a tematiche non legate alla Resistenza, il volume del 1996 dedicato a Verona repubblichina e fondato sulle fonti documentarie della Guardia Nazionale Repubblicana, sicuramente anticipatore nella produzione degli Istituti di storia della Resistenza.

Nel complesso, dunque, un’attività pubblicistica abbastanza intensa, molto varia come tematiche e fors’anche disomogenea dal punto di vista della qualità, ma che regge bene il confronto rispetto a quanto hanno fatto Istituti consimili, talvolta di più antica fondazione. Se non si vuole parlare a sproposito, è a partire da questi dati che bisogna ragionare.


Gian Maria Varanini

Docente di Storia medievale (Università di Verona) - Membro del Comitato scientifico dell’Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea